M il figlio del secolo

A cent’anni dalla marcia su Roma, Mussolini calca il palco del Piccolo Teatro Strehler in M Il figlio del secolo, spettacolo teatrale diretto da Massimo Popolizio e tratto dall’omonimo libro di Scurati. In tre ore, lo spettacolo narra l’ascesa al potere di Mussolini tra il 1919 e il 1925, anno dell’omicidio di Giacomo Matteotti, e lo fa con una incessante carrellata di personaggi storici, tutti colti nella loro umanità, scevra di semplicizzazioni e appiattimenti moralisti.

Una produzione imponente, ricca, in grado di sfruttare a pieno i 18 attori in scena (tra cui lo stesso regista). Una produzione di quelle che giusto un teatro solido e affermato come il Piccolo può e deve permettersi, come giustamente ha notato Popolizio. Insomma, uno spettacolo che rappresenta un’eccezione rispetto a quello che il panorama teatrale riesce a offrire.

Da un punto di vista tecnico, non si possono risparmiare le lodi. Quest’opera corale unisce attori dai diversi background e dalle diverse età – basti pensare alla presenza di alcuni giovanissimi diplomati del Piccolo, tra cui Giulia Heathfield di Renzi e Francesca Osso, rispettivamente classe ‘97 e ‘98 – e li amalgama in un insieme omogeneo e affiatato. La scenografia, curata da Marco Rossi, è caratterizzata da due grandi scalinate che nel corso della serata vengono a più riprese percorse e spostate lungo il palco. A contrastare questa ambientazione astratta e antinaturalista concorrono sia gli elementi che sporadicamente vengono trascinati in scena su dei carrelli – letti, divani, i sedili di una macchina – ma soprattutto i costumi (a opera di Gianluca Sbicca), che sono invece di grande accuratezza storica e che si possono osservare da vicino nelle pagine del libretto di sala.

La narrazione si costituisce in quadri dal gusto brechtiani, i cui titoli pendono sul palco, sovrastandolo. Questo gusto brechtiano lo ritroviamo anche nell’uso del grottesco, incarnato da Benito “il teatrante” (interpretato da Popolizio e affiancato da un Benito “storico”, portato in vita da Tommaso Ragno), nell’uso della narrazione e del commento politico (in più punti incarnato da Diana Manea, che veste, tra le diverse parti, il ruolo di Donna socialista), e nel ricorso a parti cantate. Soprattutto, il confronto con Brecht e con il teatro epico è dovuto per l’esito che questo spettacolo ottiene.

Da quando sono uscita da teatro, e cioè dalla sera del 9 febbraio, sto animatamente discutendo di M, della sua rappresentazione del fascismo e del fascismo nella nostra vita quotidiana. E vi dirò di più: se fin da subito la qualità tecnica di questo spettacolo mi era apparsa innegabile, all’inizio proprio il tema e la sua trattazione avevano fatto sorgere in me molte domande, e anche un po’ di sdegno, soprattutto davanti a frasi come “Forse il fascismo non è il virus che dilaga, ma il corpo che lo accoglie” e a tante altre citazioni che Scurati ha raccolto da diari, lettere, pezzi di giornale. Popolizio, di questa possibilità, era già ben consapevole, visto che ha commentato: “Qualcuno forse potrà risentirsi, perché i socialisti ci fanno una bruttissima figura, oppure perché Mussolini è stato maltrattato, o perché, all’opposto, gli sembrerà che sia stato trattato bene…” Ed è vero: questo spettacolo dipinge un’umanità abbastanza avvilente, meschina, e non c’è grandezza nella figura di Mussolini, che subisce (o forse sfrutta?) l’influenza di chi gli sta attorno, come la Sarfatti (Sandra Toffolatti). E questa piccolezza, questa meschinità sono tratti che scontentano un po’ tutti, sia quelli che vedono in Mussolini un modello positivo, sia quelli che invece detestano tutto quello che egli rappresenta, e che vedono in questa rappresentazione una rischiosa deresponsabilizzazione. Ma al di là di questo, ciò che lo spettacolo mostra e che forse più di tutto dovrebbe sconvolgerci è come il potere di Mussolini si basi su una sostanziale mancanza di ideali chiari e definiti, mancanza che anche oggi possiamo osservare in diversi partiti. Mancanza di ideali a cui però sfugge Giacomo Matteotti (Raffaele Esposito), a cui sono dedicati i quadri più toccanti, come quello sul rapporto con la moglie, ma anche quelli più laceranti, come quello del funerale.

Insomma, quando Popolizio afferma “Potrà apparire come un modo insolito di leggere la storia, ma non credo lasci indifferenti, il che mi pare già un bel risultato”, possiamo rispondere che quel “credo” si potrebbe benissimo elidere. Perché non si può, e tantomeno si deve, uscire da questo spettacolo senza averne ricavato almeno un nuovo dubbio, una nuova domanda, una nuova riflessione. Se lo si fa, non si è prestata sufficiente attenzione.

E se ancora non vi ho convinto ad andare sul sito del Piccolo a recuperare i biglietti, vi lascio delle domande, forse addirittura delle provocazioni. Sempre nel libretto dello spettacolo, Scurati scrive: “a questo servono i romanzi, il teatro, l’arte: a chiudere i conti, a seppellire i morti, a evacuare la nostra casa comune dai fantasmi.” Ma, considerati i quesiti e i paragoni con la quotidianità che questo spettacolo fa sorgere, siamo sicuri che il fascismo e Mussolini siano dei fantasmi? Siamo sicuri che noi, società italiana, abbiamo pienamente fatto i conti con ciò che è successo, con ciò che pericolosamente sembra ripetersi giorno per giorno? O forse questo fantasma è un corpo pericolosamente ingombrante e vitale?

Benedetta

La Locandina
M Il figlio del secolo
In scena al Piccolo Teatro Strehler fino al 26 febbraio 2022
uno spettacolo di Massimo Popolizio
tratto dal romanzo di Antonio Scurati
collaborazione alla drammaturgia Lorenzo Pavolini
scene Marco Rossi
costumi Gianluca Sbicca
luci Luigi Biondi
video Riccardo Frati
suono Alessandro Saviozzi
movimenti Antonio Bertusi
con Massimo Popolizio e Tommaso Ragno
e con (in ordine alfabetico) Riccardo Bocci, Gabriele Brunelli, Tommaso Cardarelli, Michele Dell’Utri, Giulia Heathfield Di Renzi, Raffaele Esposito, Flavio Francucci, Francesco Giordano, Diana Manea, Paolo Musio, Michele Nani, Alberto Onofrietti, Francesca Osso, Antonio Perretta, Sandra Toffolatti, Beatrice Verzotti
produzione Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa, Teatro di Roma, Luce Cinecittà
in collaborazione con il Centro Teatrale Santacristina

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