Riscrivere la storia: nero

È necessario dare una nuova tinta alla storia che conosciamo (o pensiamo di conoscere) per come ce la insegnano a scuola. Negli articoli della mia rubrica ho scelto tre colori per dipingere le storia con un colore diverso. 
Greci, Romani, Medioevo, Età Moderna, Età contemporanea: sembra tutto così ordinato e semplice, ma le storie più intriganti sono quelle che non sono riportate dallo Stato e dall’istruzione ufficiale, quelle che si trovano solo attraverso le persone o sui libriccini negli scaffali nascosti delle librerie indipendenti.

Per il mese di febbraio, ho scelto il colore nero. 
Negli Stati Uniti, il mese di febbraio negli è ricordato come il Mese della Storia Nera (Black History Month), per sottolineare che la storia e la cultura nera sono storia e cultura americana. Quest’anno Biden ha invitato ufficiali, educatori, biblioteche e associazioni a celebrare questo mese, organizzando eventi e cerimonie. In un paese come gli Stati Uniti, dove il Ku Klux Klan e la segregazione razziale sono ricordi fin troppo recenti, e dove esistono ancora quartieri-ghetto come Haarlem, rendere “statale” la storia nera è un passo avanti verso l’integrazione culturale.

L’integrazione culturale, infatti, è vera solo se prevede la condivisione dell’aspetto storico di due culture. Come quando due persone nuove s’incontrano, e per conoscersi davvero devono condividere la loro storia, così anche quando due culture s’incontrano devono condividere la propria storia per conoscersi e comprendersi. È questa l’importanza della storia, e il motivo per il quale è necessario conoscere la propria per potersi aprire e ascoltare quella degli altri.

L’iniziativa del Black History Month ha raggiunto anche l’Italia, e in questa ottica è nato un set di conferenze ed eventi che promuovono la cultura e la storia nera. L’iniziativa, nata dalla collaborazione tra Bologna e Firenze, si è aperta con la mostra Les Filons Géologiques organizzata a Palazzo d’Accursio (Bologna). In questa mostra sono state esposte varie opere di artisti neri, che raccontano la storia nera vissuta sui loro corpi. Quando la storia della propria cultura non è inclusa nella narrativa ufficiale dello stato di cui si fa parte, il peso della propria emarginazione può diventare ancora più forte. Nella storia di quello stato, non si è nessuno.   

Questo è il motivo per il quale è necessario parlare di storia nera, e soprattutto è necessario dedicarle un mese intero di commemorazione. Il Giorno della Memoria invita a ricordare la storia della Shoah e dell’emarginazione sociale su base razziale che prende corpo ufficiale nei genocidi operati da uno stato, ed allo stesso modo il Mese della Storia Nera invita a ricordare la storia di una cultura esclusa dalla società moderna per definizione “bianca.”

Il nostro modo di guardare alla storia cambia il nostro modo di guardare al presente. Ci sono tre strade necessarie da prendere per poter ridisegnare la nostra prospettiva.
1. Ascoltare le storie che si allontanano da quelle che abbiamo già sentito raccontare. Quando parlo di storie non intendo solamente quelle dei libri scolastici, ma anche (e soprattutto) quelle raccontate attraverso gli artisti. In un ipotetico manuale intitolato “I più grandi artisti del 900,” non comparirebbero scrittori, pittori, registi o fotografi neri. Solo a livello musicale sembra esserci un’eccezione. Vero è che la storia non si può cambiare, ma si può cambiare il nostro approccio al presente. “L’unica persona nera nella stanza” di Nadeesha Uyangoda, ad esempio, racconta la cultura nera italiana, praticamente sconosciuta alla maggior parte degli italiani bianchi.
2. Smettere di guardare all’Africa come a una causa persa, una totalità omogenea di disperazione, carestie e colpi di stato. C’è una tendenza occidentale a considerare e ridurre l’Africa ad un paese, come ricorda il sito di news chiamato ironicamente “Africa is a country and not the continent with 55 states” (“L’Africa è un paese e non il continente con 55 stati”), in riferimento a questa tendenza.
3. Reimparare. All’università, luogo per eccellenza d’incontro e scambio, il curriculum umanistico in Italia è ancora troppo chiuso su sé stesso. Nella maggior parte degli atenei, non ci sono corsi che raccontino delle civiltà extra-europee. Se esistono, è comunque frequente che i libri in programma siano libri europei scritti da storici o letterati europei. E potrebbe andare bene così, se fosse una consapevolezza comune il fatto che la Storia vista con occhi occidentali non è l’unica Storia, e che la letteratura occidentale non è l’unica letteratura. È impossibile conoscere appieno la storia dei vari continenti e delle varie culture, ma bisogna essere aperti ad ascoltarle. E prima di apprenderle, bisogna “decolonizzare” sé stessi dalla nostra stessa mentalità eurocentrica, come ci invita a fare lo storico indiano Dipesh Chakrabarty, che nel 2000 ha pubblicato Provincializing Europe. Il titolo è esemplificativo: l’Europa viene ribaltata, non è il centro ma una provincia di un mondo altro che la storia europea non ha raccontato.

Dunque è necessario ascoltare, disimparare la propria prospettiva eurocentrica, reimparare una nuova prospettiva: in breve, riscrivere la storia.

Lucia

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