Una vita nel flusso

Si accavallano i giorni come onde, ci sovrastano.
Le cattive notizie, in questi tempi di forti tentazioni,
Ci sommergono.
Dobbiamo seguire la nostra coscienza e le sue norme.

Scrivere. Nella cabina della metro risuonano le note di Hallelujah, ma non riesco a vedere da dove provengono. Il suono si avvicina. Una signora che trascina una cassa e tiene in mano un bicchiere di plastica, un uomo con un violino che cerca di imitare la base musicale. La melodia cambia, l’emotività del suono resta. Nonostante le molte storpiature del violinista, il tocco della musica non perde la sua forza. L’animo umano è intrinsecamente sensibile. Alla musica, alle parole, all’arte. Sta a noi decidere di abbassare il volume di questa sensibilità o, al contrario, di amplificarne il suono. Scegliere. In quanto umani vediamo azioni perpetrate su altri umani e ne comprendiamo le conseguenze, trasponendole su di noi, sul nostro corpo, sulla nostra mente. E quando questo ci colpisce nel profondo, lo traduciamo a parole. O almeno ci proviamo. Scrivere è un modo per provarci. Come sto facendo ora, seduta su un autobus, attraversando una Milano notturna, dopo aver visto un film inspiegabile, inconcepibile, incomprensibile nella sua più profonda essenza. Vediamo — anzi, viviamo — percepiamo — anzi, recepiamo — attraverso il corpo, misura di tutte le cose. Assieme alla mente. Rimuginare. Cammino su un marciapiede deserto, in una via vuota, in una città in parte ancora addormentata. Uno, due, tre. Tre passi. Il tempo in cui riesco a essere lucida senza che la nebbia che cosparge le membra penetri nel cervello. Una voce profonda e calda vibra sulle note di un piano. L’umidità si insidia tra le pareti scrostate e le articolazioni doloranti. Cammino veloce, nel tentativo di sottrarmi alle leggi della fisica e schizzare fuori dal corpo. Un’altra voce, fredda e suadente, riecheggia su un’orchestra di archi. Un calore si diffonde dal basso fino a infiammare il volto. Brucia. L’aria è in fiamme. Gli occhi si chiudono guardando in un pozzo il cui fondo ha il suo volto. Premeditare. Non avevo previsto tutto ciò. Di tornare sul campo. Non dopo tutta la violenza e le morti a cui avevo assistito. Questo mi era rimasto di quell’esperienza, oltre a un tremore alla mano sinistra e un dolore alla gamba destra che mi costringeva a dipendere da un bastone. Dopo aver corso a perdifiato inseguendo un taxi su cui credevamo viaggiasse il colpevole, non ho potuto che constatare che si trattava solamente di disturbi psicosomatici. Dunque eccomi qua, a correre dietro a un sociopatico iperattivo cercando di stare al passo con la velocità dei suoi pensieri, a risolvere crimini assieme e, per mantenere un minimo di sanità mentale, ad annotare i pensieri sul mio blog. Come una routine: pensare, dedurre, agire. Agire. Stanotte c’è l’incontro. Alle 4 alla Fabbrica. Devo andare lì almeno due ore prima. Per studiare bene il posto e non avere brutte sorprese. La prudenza è sempre stata ciò che mi ha salvato. Guardo un film, mi addormento sul divano, suona la sveglia. Cammino per le strade cercando di mimetizzarmi con i muri e le ombre della notte. Scavalco il cancello della Fabbrica con una certa facilità. Una delle innumerevoli finestre rotte mi consente un accesso rapido all’interno. Cammino un po’ in giro studiando il punto migliore per piazzarmi. Devo avere una buona visuale di tutto ma al contempo rimanere nella penombra. Con qualche affanno riesco ad arrampicarmi su una delle travi che sostengono il soffitto. In equilibrio ne percorro altre, poi mi sdraio, prono, distendendo le braccia lungo i fianchi. E aspetto. E penso a ciò che avrei voluto non avere mai visto. Pensare. Devo smettere di pensare. Me lo dicevano fin da piccola. Se ti soffermi troppo su un pensiero, la tua mente si incastra, perdendosi in flussi intermittenti, e questo si ripercuote sul tuo corpo, manifestandosi attraverso attacchi di panico. Solo con la prima crisi ho capito davvero cosa intendessero dire. Il fiato corto, l’ossigeno che viene a mancare, il corpo che non riesci più a controllare, la mente che cerca in ogni modo possibile di evadere. E proprio per evadere ho cominciato a prendere l’alprazolam. L’unico in grado di calmarmi. E non ho più smesso. Oggi mi dicono invece che devo smettere, perché sto facendo del male a me e alle persone che mi vogliono bene. Che devo scegliere, perché dopotutto la vita è la mia. Non lo so. La mia mente a volte si impiglia. Finge. Gioca con me. Per questo ho iniziato a scrivere. 
Mi accorgo di aver scelto di percorrere una lunga strada. Di aver vestito panni diversi. Di aver sentito voci diverse. Di aver scelto di essere flusso. Di aver trattato problemi e argomenti spesso opposti. Di aver scavato nella diversità. Di aver indugiato scrivendo sulla scelta, sulla mente, sul corpo. Di aver concluso, e di voler ripartire da qui – da quel continuo fluire che interconnette le nostre vite, interroga le nostre menti, interseca il nostro spazio-tempo.
Il cambiamento è intrinseco.
Dobbiamo iniziare a metterlo in pratica — scrivo.

Anna

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