Argonauti e Xanax

Scritto e diretto da Daniele Vagnozzi, Argonauti e Xanax è uno spettacolo teatrale prodotto dalla Compagnia Caterpillar è patrocinato dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia. Lo spettacolo, finalista al bando In-box, ha debuttato a ottobre 2021 presso il teatro Binario 7 di Monza, ed è poi andato in scena al Teatro dei Filodrammatici di Milano, dove appunto ho assistito alla replica di domenica 27 febbraio.
Il Teatro dei Filodrammatici è un posto particolare che, quando si è seduti in platea, dà un senso di grande intimità, quasi bastasse allungare un braccio per toccare gli attori che spiccano sulla scena nera.

“Panico. È l’esperienza al limite della vita. È la paura della paura.”

Leggo queste parole sul foglio di sala, poco prima dell’inizio dello spettacolo. Già il titolo, Argonauti e Xanax, basterebbe a incuriosire, nel suo dissonante accostamento di mitologia e farmaci. Ma questa definizione, semplice e diretta, risuona, semplice e diretta, dentro di me.

Lo spettacolo si apre con due amici, Jack (Eugenio Fea) e Andrea (Luigi Aquilino), e una notizia: Marco (Edoardo Barbone) è di nuovo in città, ma non vuol far sapere a nessuno del suo ritorno. Questo strano comportamento spinge Jack e Andrea a ricontattare gli altri amici del liceo, nel tentativo di trovare una soluzione, un modo per riavvicinarsi a lui e aiutarlo.
Subito dopo, la musica e dei palloncini che compongono la scritta “flashback” ci trascinano indietro di qualche anno, alla festa per il diploma del liceo. Questa temporalità ci accompagnerà per tutto lo spettacolo, alternata al più composto e adulto presente, e ci permetterà di osservare i personaggi nella loro adolescenza, età solo apparentemente spensierata.

“Nel poema epico Le Argonautiche di Apollonio Rodio, giovani eroi salpano alla ricerca di inestimabile tesoro. Oggi, però, i giovani Argonauti sembrano non salpare mai, intrappolati dalle mura dell’ansia e degli attacchi di panico.”

L’intero spettacolo è venato dall’ansia, descritta nella sua fluida varietà. La possiamo cogliere in Teo (Pietro de Nova), il personaggio forse più spiccatamente comico e sicuramente quello che lo è in modo più fisico, ma che proprio nella fisicità, nell’irrequietezza nasconde il proprio disagio. Oppure in Vanda (Ilaria Longo), che a inizio spettacolo ci appare brusca, quasi dura, ma di cui poi — attraverso i flashback — cogliamo la fragilità. E un percorso non dissimile affrontiamo nel conoscere Cecilia (Gaia Carmagnani), paralizzata davanti al test di medicina. Ma di sicuro la figura che più ci sconvolge è Marco, aspirante scrittore, sognatore spavaldo che, dopo essere in Sud America per seguire la sua vocazione letteraria, torna che è solo il fantasma di sé stesso, e si nasconde da tutto e da tutti in una stanza fatta di libri accatastati e quasi induriti dal tempo, e separata dal resto del mondo da un telo di plastica che nasconde e a tratti deforma l’esterno. Alcuni amici proveranno a strapparlo da lì. Sara(quel giorno interpretata da Valentina Sichetti, in sostituzione di Denise Brambillasca), invece, si nasconderà con lui e, condividendo la storia della sua convivenza con l’ansia, gli proporrà una soluzione pericolosa.

Alcuni si chiederanno, perché condividere ora questo articolo? Argonauti e Xanax non è più in scena al Teatro dei Filodrammatici, ormai, e ancora non si sanno le prossime date. Ed è vero. E si tratta di una condizione comune a molti spettacoli teatrali, che con difficoltà rosicano date qua e là, angosciate dall’incertezza che regna sovrana in questo periodo di pandemia. Si tratta però di uno spettacolo che andrà ancora in scena, e che mi sento quindi di consigliare, per più motivi. Innanzitutto, anche solo la qualità della recitazione e della regia varrebbe la visione. Secondariamente, credo che sostenere le giovani compagnie sia fondamentale. Inoltre, credo che uno spettacolo così, capace di avere delle parti leggere senza mai scadere nella superficialità, sia godibile sia da chi vive di teatro, sia da chi ha appena iniziato a masticarlo. Ma soprattutto, vi parlo di questo spettacolo per l’importanza del tema che esso tratta. Già nel foglio di sala, il regista Vagnozzi nota quanto i disturbi d’ansia e panico siano diffusi tra i giovani di oggi, citando numeri (tre milioni di italiani che soffrono di disturbi d’ansia nel 2017, sei milioni previsti per il 2020) che probabilmente a oggi sono stati superati. E, nel farlo, nota anche l’importanza del teatro davanti a fenomeni di questa portata. Come saprete, fin dall’antichità le narrazioni drammatiche sono state usate per avviare un processo di catarsi, cioè di purificazione dalle emozioni. A teatro, infatti, il pubblico viene trascinato dal carisma degli attori e presi dalla forza delle passioni dei personaggi, le rivivono, e nel farlo ne vengono in un certo senso purificati, assumendo nei confronti di queste una consapevolezza diversa, più profonda.

Sono frequenti le narrazioni sull’ansia segnate da un certo grado di superficialità, o peggio ancora da una perversa romanticizzazione. È infatti difficile mantenere l’equilibrio quando si trattano temi così delicati, ma Argonauti e Xanax cammina con grazia su questo difficile crinale, offrendo una narrazione dell’ansia interessante, non banale, capace di commuovere, di strappare un sorriso e di stimolare il pensiero, lasciando anche una nota di speranza nello spettatore quando si allontana dal teatro, e percorre il centro della città per prendere la metro o il treno.

Benedetta

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