L’intervista a Pietro De Nova

Inizio marzo. C’è un bel sole a Pavia, quasi si può dire che fa caldo – a differenza di questi giorni. Un bar vicino all’Università, un tavolino e due tazzine di caffè. Davanti a me, Pietro De Nova: classe 1997, diplomato nel 2020 dall’Accademia dei Filodrammatici, attore nello spettacolo Argonauti e Xanax (alla cui recensione stavo lavorando proprio all’inizio di marzo).

Come sempre, iniziamo con una domanda di introduzione. Chi è Pietro de Nova e che percorso ti ha portato a fare l’attore?

Ogni volta che sento un’intervista a un’altra persona in cui si si fa questa domanda ci sono sempre storie mirabolanti: da bambino facevo dire, raccontavo le barzellette, e mio padre mi ha detto “va’, va’ a fare l’attore!” Ma io non ho storie mirabolanti, anzi ogni volta me ne invento una. Questa volta ho deciso di non inventarne, e di dire la verità. Io ho iniziato a fare un corso di teatro, qui a Pavia, con Simona Assandri all’ex Cantieri, che ora si chiama Spazio Verticale. Ho fatto questi tre/quattro anni di teatro, e in quinta liceo mi sono iscritto al propedeutico della Paolo Grassi. Finito il liceo, ho fatto un anno di Giurisprudenza e dopo ancora sono stato ammesso all’Accademia dei Filodrammatici -vicino alla Scala, per chi non la conoscesse. Ho avuto la fortuna-sfortuna di finire il corso esattamente un mese prima dello scoppio della pandemia. Fortuna perché non ho dovuto fare corsi con la mascherina, o su zoom, o altre para versioni del teatro che si sono create per andare avanti. Ma anche sfortuna perché sappiamo che il mondo del lavoro, soprattutto in ambito teatrale, è stato un po’ così… Ritorno un attimo al discorso della mia insegnante, perché l’estate scorsa, nel 2021, c’è stata una riapertura dei teatri, anche all’aperto, e abbiamo fatto uno spettacolo, Montagna Mon Amour, che ha debuttato al Valtellina Festival Teatro. È stato molto bello perché siamo riusciti a fare uno spettacolo in un momento in cui era quasi impossibile, e il pubblico è venuto vivendo il teatro quasi come una trasgressione, un atto rivoluzionario. Il mio legame con la Valtellina va anche oltre, perché ora io e un mio collega stiamo cercando di stabilire dei contatti con un teatro vicino a Chiuro, a Castionetto, per una residenza per lavorare a un mio testo, Ottanta centesimi. È un monologo che ho scritto un paio d’anni fa e che per ovvi motivi è rimasto nel cassetto.

Proprio a proposito della pandemia, come si sta strutturando il lavoro di attore in questo periodo? Hai qualche consiglio o osservazione?

Premesso che non esiste una via unica per fare l’attore, posso consigliare di avere sempre qualcosa da dire. Il mestiere dell’attore è un mestiere che si lega, oltre che ad una tecnica, a un contenuto. Tra una persona che ha un bagaglio tecnico molto ricco e non ha una cosa da dire, e una che invece non ha una grande tecnica ma ha cose da dire, io ritengo più affine a me chi cerca di esprimere le proprie idee con quello che ha a disposizione. Non esiste il pensiero per cui “ah, ho fatto l’Accademia quindi ora esco e faccio l’attore”… Può succedere ma è per una serie di fattori, ma non per forza perché c’è un corso preferenziale di eventi. Anche perché l’abbiamo visto: il mercato dell’attore è saturo. E bisogna anche fare i conti col fatto che qui vicino a Milano c’è un sacco di offerta, ma lo spazio in cartellone è poco, c’è un accumulo eccessivo. Se invece si va in un posto periferico, come ad esempio la Valtellina, si ha una grande domanda, e anche un interesse maggiore per questo qualcosa che è quasi esotico, meno abituale. Quindi insomma, portiamo il teatro nelle periferie, portiamo il teatro nei posti meno abituati a questa forma d’arte borghesoide, quest’arte che si sta imborghesendo. Insomma, non bisogna fare l’accademia, trovare degli strumenti ordinari: basta che hai delle cose da dire, che le senti come un’esigenza interna.

Quindi quali sono gli argomenti che tu vuoi portare a teatro, anche per evitare questo imborghesimento del teatro di cui stavi parlando? Quali sono le battaglie che il teatro deve compiere?

Prendersi un po’ meno sul serio, secondo me. Mi piacerebbe fare uno spettacolo per riflettere sul senso del teatro: fermarsi e pensare a quale sia la funzione del teatro, e perché sembri sempre una forma d’arte che sta per capitolare ma alla fine resiste. Ci sono state pandemie, bandi, censure, però il teatro – dai tempi di Tespi, ma anche da prima -, ecco, il teatro come forma che fa parte del nostro esprimerci resta  imprescindibile. In questo momento storico è importante riflettere sulla sua funzione di luogo d’incontro, dove viaggiare sul posto, senza muoversi fisicamente. Soprattutto oggi che l’incontro è negato, quasi losco, secondo me il teatro deve riappropriarsi dell’incontro, permettendo di toccarsi in un senso quasi evangelico, facendo toccare con mano i problemi. È una cosa che non puoi fare al cinema, dove puoi fare altre cose bellissime, ma non vedere l’essere umano che si mette a nudo, che sbaglia, che ricalibra in base al momento. Perché non è il testo che vive, è lo spettacolo. Il testo è carta straccia! Con tutto il rispetto per le tue cose belle… (ride, e rido pure io, n.d.A.)

Ma figurati, mi rendo conto della paradossalità di voler fare teatro scrivendo!

Guarda, io te lo dico perché ho avuto questo problema gigante dello scrivere un monologo. Sono partito dalla carta, scrivendo un testo, e mi son detto: che bello, com’è poetico, com’è scritto bene… ma poi questa cosa non funziona.

Eh sì, è il problema della pratica scenica: le parole possono essere stupende, ma in bocca?

Certo, e poi una persona si innamora di quello che scrive, delle sue idee. Però le idee sono belle finché restano tali, poi devono fare i conti con la realtà fallibile della realtà. Ora sono a metà tra il lavoro che ho fatto a partire dal testo per arrivare alla scena e del lavoro che poi ho fatto dalla scena per arrivare al testo. Adesso devo fare un po’ di riequilibrio delle due cose e capire un po’ come funziona…

Tu però sei vicino anche a un’altra forma di scrittura, che in un certo senso possiamo avvicinare al teatro. La poesia infatti, soprattutto negli ultimi tempi, un po’ è vista come arte che si prende troppo sul serio – anche erroneamente – ma soprattutto è una formula che non ha più lo stesso successo, la stessa presa. Insomma, anche lei ha un po’ l’aria di un’arte se non morente almeno malata. Qual è il tuo rapporto con la scrittura poetica? Questa tua necessità è dovuta a qualcosa, ed è collegata con la tua passione per il teatro?

Io ho iniziato a scrivere poesia prima di fare teatro, però non ho mai visto le due cose come separate: quando faccio teatro voglio pensare di poter fare poesia, e viceversa. Secondo me, non esiste  una poesia che non possa essere detta, per tornare all’idea primigenia per cui le canzoni provenzali nascevano per essere cantate. Secondo me la poesia – però è una idea opinabile su cui si può non concordare – è qualcosa che si dice, che si ascolta, che si vede, è dare forma a qualcosa che non segue le vie più logiche e razionali e realistiche della realtà. Montale aveva fatto un bellissimo discorso per il Nobel, chiedendosi se fosse ancora possibile fare poesia nel XX secolo. Era ovviamente una provocazione, ma effettivamente ci si chiede se il tempo di fruizione di una poesia, il metterla in parole, vada di pari passo coi ritmi frenetici della società in cui viviamo; e questo vale anche per il teatro. Il discorso è: poesia, teatro, forme d’arte che ti chiedono di fermarti per un momento, di sospendere questo ritmo frenetico della fiction, di Netflix, di una fruizione social, sono ancora praticabili? Io non lo so. Sono andato l’altro giorno a teatro a vedere uno spettacolo di César Brie e mi è venuta tenerezza nel vedere due signori di quasi 70 e 80 anni che rievocano i fasti della loro giovinezza teatrale, quando César era un giovane rampante che seguiva le lezioni di Barba, della Rasmussen. Ma questo teatro che ha fatto, quasi piratesco, è ancora fattibile? Cioè, un César di oggi, cosa farebbe? E quindi un poeta di oggi, come potrebbe rappresentare la realtà, che è così sfuggente, coi mezzi che ha? Io non so dare una risposta, ma ci provo.

Teatro e poesia, poi, sono entrambe forme d’arte molto sintetiche. Un romanzo può essere lungo ottocento pagine, mentre uno spettacolo teatrale – fatte eccezioni per quelle opere che raggiungono lunghezze quasi deliranti, di 12, 24 ore – e pure la poesia tendono a richiedere sintesi, una capacità di cogliere fatti complessi in uno spazio limitato.

Mi piace molto la frase di Eduardo: “Fare teatro significa vivere davvero ciò che gli altri, nella vita, recitano male”. È così anche nella poesia. Distillare i lunghi effluvi di parole, di cose irrisolte della vita in un’ora di spettacolo o in una poesia è un’operazione di selezione: si selezionano le cose più spiccatamente forti e tematiche che portano avanti la narrazione. Ho partecipato a un concorso per cui bisognava scrivere una poesia a tema, che è una cosa per me difficilissima. Allora mi sono fatto venire in mente delle suggestioni, delle immagini legate a quel mondo anche in modo tangenziale, e poi ho costruito una storia lavorando sulle immagini. Non è necessario raccontare qualcosa in termini orizzontali. Il pubblico e i lettori non sono stupidi, e ragionano in modo più veloce di te che sei in scena, quindi si deve giocare con loro, con passaggi alogici, non per forza consequenziali. Questo perché per me è più interessante vedere dei conflitti di immagini che vanno nella direzione del tema, e usare invece la storia per raccontare dei conflitti. Poi per me è fondamentale che nella poesia e nel teatro ci sia una domanda, anche se la risposta magari non la trovo; anzi, a volte è meglio se non la trovo, perché alla fine non è nemmeno così interessante.

Passiamo ora a un annuncio. Fresco di una vittoria al concorso The contest, stagione VI, sei ora il terzo giudice del Concorso poetico di Bottega di idee, insieme a Diana Manea e a Paolo Zanardi. Nel giro di pochi mesi, quindi, sei passato dall’essere la persona giudicata a essere quella che giudica. Cosa ti aspetti da questa esperienza?

Io sono molto curioso, non voglio farmi aspettative. Mi piace l’idea che ci saranno delle persone che racconteranno sé stesse con la propria sensibilità. Devo dire che sono molto onorato, e non so se sarò all’altezza del compito, ma certamente il fatto di scrivere poesie, di avere una passione in questo ambito mi porrà sullo stesso piano di quando, da attore, vado a teatro. Sai, c’è una terribile abitudine da parte degli attori, e cioè che quando vanno a teatro non guardano lo spettacolo, ma guardano l’azione, la reazione, la luce, il ritmo, e nel frattempo guardano lo spettacolo, ma senza inserirsi davvero con la libertà di guardare solo la storia. È un po’ lo stesso con la poesia: la leggi, la ascolti, ma hai lo sguardo un po’ deformato. Non per mettere ansia, ma purtroppo mi viene l’occhio non dell’ascoltatore passivo, ma di quello attivo, che si chiede perché si dica una cosa in un modo o nell’altro. Perché è una cosa che mi appartiene, perché cerco di vedere cosa funziona per migliorare.

Benedetta

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