Riscrivere la storia: verde

Nella mia rubrica fino a ora ho parlato degli assenti dalla storia, e della necessità di raccontarla sotto una luce diversa. In questa puntata parlerò della principale esclusa dalla storia umana, l’attrice che più di tutti l’ha condizionata: la natura. 

Se dovessimo comprimere la storia della terra in 24 ore, l’uomo occuperebbe solamente l’ ultimo minuto. A quest’ultimo minuto appartiene la nostra era, meglio nota con il nome di Antropocene. Infatti, per Antropocene s’intende “l’epoca geologica attuale, in cui l’ambiente terrestre, nell’insieme delle sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche, viene fortemente condizionato su scala sia locale sia globale dagli effetti dell’azione umana.” (Vocabolario Treccani)


E’ un dato di fatto che l’uomo ha un impatto sulla natura: il problema è che l’impatto sulla natura ha a sua volte un impatto sull’uomo, più o meno visibile. Cambiare l’ecosistema in cui si vive significa cambiare le proprie condizioni di vita. In un articolo del Guardian dello  scorso marzo, si affermava che recentemente sono state trovate le prime tracce di microplastiche nel sangue umano. Da anni si era a conoscenza del fatto che il corpo umano assumesse questo tipo di sostanze attraverso il cibo, l’acqua e l’aria. Ciò che ancora non si conosce appieno è l’impatto di questo tipo di fenomeni sulla salute del corpo umano stesso.

A questo proposito è nata una disciplina, la planetary health, che studia l’impatto dei fenomeni legati all’inquinamento e al cambiamento climatico sul corpo umano. Disturbi del comportamento alimentare, disturbi respiratori e malattie mentali: tutto sembra poter essere ricollegato al profondo disequilibrio nel nostro ecosistema, che noi stessi abbiamo causato nel corso dei secoli (se non millenni) passati. 

In occasione della giornata mondiale della salute (ieri 7 aprile), l’OMS ha creato il motto “Our planet our health”: secondo Maria Neira, la direttrice del Dipartimento Ambiente dell’OMS, è inaccettabile che “abbiamo superato una pandemia ma ancora 7 milioni di persone muoiono per l’inquinamento.” La ricerca medica ha fatto enormi passi avanti dal punto di vista della mortalità infantile dell’aspettativa di vita, ma l’antropocene (sopratutto negli ultimi 70 anni) ha portato con sé anche lo spreco delle risorse naturali, il cambiamento dei flussi biogeochimici, le variazioni nella biodiversità. 

Da questo nasce la necessità di una  ricerca nell’ambito della planetary health, con un focus sulla salute umana e su come questa venga intaccata. Nel 2015 la Planetary Health Alliance viene fondata dall’Harvard University e da organizzazioni come la Wildlife Conservation Society; lo scopo è di occuparsi di studi che spaziano dalla nutrizione alle malattie respiratorie, dalle malattie infettive alla salute mentale, con uno sguardo attento al legame tra uomo e natura in contesti di malattia.  Per esempio, uno dei temi di ricerca dell’organizzazione è la relazione tra i sistemi di produzione globale del cibo e le malattie legate alla nutrizione e all’assunzione inadeguata o eccessiva di determinati nutrienti. 

Uno degli altri focus è l’associazione tra le malattie respiratorie e i cambiamenti climatici: le temperature sempre più alte causate dai gas serra provocano l’aumento dell’ozono troposferico, uno dei principali componenti dello smog e causa di  malattie cardiorespiratorie, associate alle stagioni dei pollini più lunghe e più intense, ma anche di  malattie respiratorie allergiche come l’asma. 

Inoltre l’organizzazione si occupa di studiare la natura delle malattie zoonotiche  come l’AIDS o l’Ebola, ossia malattie causate da virus che abitano sia gli animali sia gli esseri umani) per capirne le influenze antropogeniche e studiare come il cambiamento climatico ha avuto un impatto sulla diffusione su larga scala di una di queste malattie. 

Da ultimo, una sezione del progetto di ricerca sulla planetary health  porta avanti uno studio sulla correlazione tra salute mentale, degrado ambientale e urban design. 

In conclusione, il messaggio della Planetary Health Alliance vuole essere il seguente: possiamo essere sani dal punto di vista fisico e mentale solo se la terra è sana. Con le parole dell’OMS: “our planet our health.”

Ho deciso d’includere questo articolo nella mia rubrica sulla necessità di riscrivere la storia perché è fondamentale comprendere che il modo in cui si parla di cambiamento climatico condiziona il modo in cui lo si vive, e come si agisce. Il problema è che la crisi climatica è troppo planetaria, invisibile e lontana dalla vita di tutti giorni per essere sentita sul piano individuale e locale. Infatti, i media raccontano il disastro ambientale come qualcosa di lontano da noi, come una notizia di secondo piano rispetto a quelle che vengono messe in prima pagina. 

La moderna cultura occidentale si è costruita sull’identità antropocentrica dell’uomo come elemento separato dalla natura. E di conseguenza la natura è passata in secondo piano. Nelle civiltà premoderne la cosmologia collettiva si basava sull’idea che la natura avesse un principio di azione e non fosse passiva. L’antropomorfizzazione degli elementi naturali aiutava a sottolinearne la rilevanza nella vita di tutti i giorni. Il clima, il tempo atmosferico, le variazioni a livello territoriale venivano interpretate e studiate perché l’uomo era consapevole del fatto che la sua vita dipendeva dalla natura. 

Con l’industrializzazione, l’essere umano cambiò la propria relazione con la natura e si distanziò da essa, pensandosi come separato e indipendente. In realtà, è proprio l’interazione tra gli elementi ciò che permette la vita sul pianeta.
Per poter operare un cambiamento radicale nel nostro modo di vivere sul pianeta, non solo bisogna operare un cambiamento nel nostro modo di vivere ma anche in quello di parlare. Secondo il glaciologo Lorius, «il giorno in cui cambiamo lo sguardo, dobbiamo cambiare il vocabolario. Il giorno in cui cambia il mondo, bisogna cambiare i nomi».

Le relazioni tra noi e il mondo ambientale sono quello che manca per poter comprendere il nesso tra il malessere umano e quello del pianeta: per questo la planetary health punta a studiare l’uomo tanto quanto l’ambiente che lo circonda, per poter operare un vero e proprio cambiamento su scala globale.

In conclusione, la mia rubrica sulla necessità di riscrivere la storia è stata un modo per sottolineare l’urgenza di cambiare il nostro modo di pensare. E’ necessario includere la storia e la cultura nera, è necessario ricordare le donne che sono state omesse dalla narrazione mainstream, e infine è necessario prendere coscienza del fatto che tutte queste nostre lotte sociali e politiche sono dipendenti dalla salute del pianeta terra, dalla quale dipende la nostra, stessa, salute.

Lucia

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