L’intervista ad Alberto Bertoni – parte II

Proseguiamo, qui, con la seconda parte del testo (la cui prima metà è stata pubblicata ieri). Grazie e buona lettura.

Fotografia by Dino Ignani

Ci vuole parlare della sua collaborazione con Diana Manea?

L’incontro poetico con Diana Manea è stato molto fecondo per entrambi. Fin dalle nostre prime occasioni di collaborazione, durante le serate di poesia che ci capitava di frequentare insieme, ci siamo fiduciosamente e quasi istintivamente abbandonati l’uno nelle mani dell’altra. Io da lei ho imparato a modulare meglio la mia voce e a renderla meno monotona, aggiungendo al mio dire anche qualche minimo movimento delle mani e del corpo. Lei da me si è lasciata persuadere a considerare ogni testo poetico una vera e propria partitura musicale, dove pause, gestualità e parole sono già perfettamente orchestrate dall’autore/autrice consapevole. Chi esegue può sovrapporre il suo timbro vocale e la propria cadenza, ma non deve mai ridurre il testo ai propri vezzi o alle proprie virtuosità “astratte”. Lui o lei deve piuttosto porsi umilmente al servizio della partitura verbale che si trova ad eseguire. Negli anni ho sentito e visto molti attori e molte attrici di chiarissima fama fare figure davvero meschine quando sono stati invitati a leggere poesie ai nostri festival. Diana ha saputo impegnarsi con costanza e attenzione nel togliersi di dosso qualsivoglia vizio attoriale e al momento – in Italia – è senza dubbio alcuno la più brava esecutrice di testi poetici che mi sia capitato di ascoltare da diversi anni a questa parte. Il culmine del nostro rapporto di cooperazione poetica lo abbiamo raggiunto nel 2021 quando, insieme, abbiamo tenuto per gli allievi attori della Scuola teatrale di Emilia-Romagna Teatro un corso di Metrica e Dizione poetica che ha dato a entrambi (ma soprattutto ai nostri allievi) momenti di grande  e profonda soddisfazione.

In merito a questo, quali sono le esperienze poetiche che lei ritiene più significative, nel passato ma soprattutto nella contemporaneità?

       Premetto che i poeti e le poete davvero grandi vivono e agiscono sempre nella contemporaneità dell’atto di lettura, a prescindere da quali siano state le loro epoche o appartenenze storiche. Sono presenti a noi, nel momento in cui restituiamo loro voce attraverso la nostra sensibilità e la nostra attenzione o dedizione. Da quanto sto affermando, non è difficile comprendere che i testi per me capitali – ormai una piccola moltitudine, una vera comunità degli animi – non sono miei, ma di autori e autrici ben più indispensabili. Nonostante (o forse invece per) l’oscillare delle mode, un ruolo primario continuano per me ad avere le poesie di Eugenio Montale, da sempre l’autore col quale avverto una sintonia profondissima, in tutte le parti e le manifestazioni della sua lunga storia inventiva. In proposito, ricordo che al liceo, per contestare un professore di filosofia con cui non avevo feeling, durante le sue ore leggevo platealmente o Montale o un giallo di Simenon, di Maigret. Montale è stato per me anche la salvezza dalle astrazioni del linguaggio della filosofia che non ho mai amato e che adesso amo ancor meno di allora. La filosofia mi sembra una disciplina finita in perigliose secche, coi fardelli – a gravarla – dello storicismo e della metafisica (e quindi, dal mio punto di vista, fanno oggi eccezione solo le riflessioni di Wittgenstein e di Deleuze, faticando molto a riconoscere come veri filosofi i neurobiologi in gran voga oggi), completamente estranei al mondo contemporaneo, mentre la poesia (e anche la narrativa, quando ne è capace) mi sembrano sempre più dentro al nostro tempo. 

      Ecco, Montale è stato proprio uno straordinario compagno di vita, un luogo e un modo di conoscenza e di piacere, l’ho sviscerato, letto e riletto e, quando si è trattato di donare un testo critico per i settant’anni del mio maestro Ezio Raimondi, nel ’94 per la prima volta ho scritto un saggio su di lui, sulle due Conclusioni provvisorie della Bufera e altro, dunque sul Montale più politico e kafkiano. Fin lì Montale era rimasto solo un autore di capezzale e di piacere privato, mentre per festeggiare Raimondi ho cominciato a lavorarci professionalmente. Qualche anno fa ho pubblicato un libro nel quale ho raccolto tutti i miei saggi dedicati a Montale, intitolato – su suggerimento dell’amico poeta Emilio Rentocchini – Montale, in conclusione, a indicare una volta di più il ruolo decisivo incarnato da questo poeta nel mio processo di formazione e anche nel mio percorso di insegnante. Il fatto è che questo processo non si è ancora compiuto del tutto e presto quel libro (nel frattempo esaurito) vedrà una nuova edizione, sensibilmente riveduta e ampliata. Le conclusioni, in poesia, è sempre la poesia stessa a deciderle, non certo il soggetto in carne e ossa che vi è coinvolto. A quella per Montale, negli ultimi tempi, si è aggiunta un’attenzione rinnovata per un altro capostipite della nostra tradizione novecentesca, Umberto Saba, non solo nella veste del poeta ma anche in quelle del prosatore e del saggista, grazie anche alle sue pronunce a favore di una “poesia onesta”. Ecco, penso che oggi come non mai, ci sia necessaria proprio (a tutti i livelli di qualità) di una poesia onesta, dettata dall’esperienza diretta dei fatti pubblici o interiori che si manifestano in poesia, dall’impegno in un artigianato buono e dall’impegno a mettere in versi soltanto ciò che si sente davvero.  

     Naturalmente, è altrettanto chiaro che la poesia nella mia storia unisce il lavoro alla passione. Non è che io divida il mondo tra chi ama la poesia e chi non la ama. Ho molti amici che non hanno mai letto una poesia, dopo le scuole elementari. E non è vero nemmeno che esprimo giudizi sulle persone o sulla realtà in base al mio amore per la poesia. Su di me – però – la poesia ha inciso tanto, anche perché la poesia nella mia vita si è affacciata e tuttora si affaccia in forme diverse. Per esempio, dopo quella per Montale, ho nutrito e nutro ancora una passione molto forte per Vittorio Sereni. E poi, da quando sono andato la prima volta per motivi professionali negli Stati Uniti alla Brown University di Providence, nel Rhode Island (era l’autunno del ’94), lì ho cominciato a conoscere da vicino gli autori di lingua inglese, che tuttora sono quelli che mi piacciono di più, che traduco qualche volta e con i quali intrattengo un dialogo piuttosto stretto: il poeta-operaio – di Detroit – Philip Levine su tutti, ma anche Emily Dickinson, il quintetto Yeats Eliot Pound Stevens Auden, Charles Wright (quello senz’altro più vicino alla mia poetica), Frank O’Hara, Charles Simic, Tony Harrison, Brendan Kennelly, Seamus Heaney, Philip Larkin, Simon Armitage e qualche altro. A questo proposito scatta un paradosso: io non amo affatto la lingua inglese, benché sia la sola lingua straniera di cui ho studiato la grammatica, ma mi detesto abbastanza quando sono costretto a biascicarla. Soprattutto, essendo già un po’ sordo, non ne intendo quasi per nulla la phonè quando è un anglofono a rivolgermi la parola. Però la poesia di lingua inglese, sia americana che inglese e soprattutto quella irlandese, mi sembra di livello molto alto, riesce a nobilitare la lingua attraverso la quale viene veicolata (anche grazie all’enorme forza propulsiva impartitale da Shakespeare) e mi offre un impasto unico di approccio realistico-geografico, di memoria ancestrale, di narrazione con personaggi e di tensione metafisica ma non confessionale che incarna molto da vicino il mio ideale di poesia. 

Quali sono, a suo avviso, le tendenze più spiccate del panorama poetico contemporaneo, e quali secondo lei saranno terreno fertile per il futuro?

      Le profezie, dal cuore di una situazione magmatica come quella odierna, sono davvero impossibili. Personalmente credo più nelle qualità individuali che nelle poetiche di gruppo, magari regolate da prescrizioni di vario genere, siano esse di tipo formale, tematico-ideologico o cognitivo. Credo nella poesia come forma di libertà e di verità. Di certo, si va verso forme sempre più spiccate e diffuse di un’oralità costitutiva, destinata a utilizzare la scrittura come supporto e trampolino di significazione, piuttosto che come finalità e come “monumento”. Così, anche una rigida distinzione fra testo in prosa (benché si parli in questo caso di una prosa non narrativa) e testo versificato mi pare avviata a un destino di sempre più radicale insussistenza. Di più, non mi sento di dire: ma non ho dubbi sul fatto che la poesia sia destinata a sopravvivere a tutte le possibili rivoluzioni epistemologiche, antropologiche o tecniche: e anche a tutte le possibili guerre e pestilenze.  È troppo radicata nel cuore di tenebra e di elevazione della sensibilità e della coscienza umane per scomparire dalla mappa dei più radicati bisogni.

Quali sono i riferimenti poetici che lei definirebbe imprescindibili per chi si avvicina a questa forma d’arte?

      Dante, Petrarca e Shakespeare, per quello che riguarda la cultura occidentale. Retrocedendo all’antichità, Omero, Saffo, Eschilo fra i Greci, Virgilio, Catullo e Ovidio fra i Latini. Fra gli italiani, aggiungerei almeno – scendendo per i rami secolari – Ariosto e Tasso, Leopardi e Pascoli, Ungaretti e Saba, Gozzano e Montale, Sereni e Rosselli, Giudici e Zanzotto, almeno per sedersi al tavolino di una primissima e frugale merenda poetica.

Le abbiamo inviato una piccola selezione di alcune delle poesie giunte al nostro Concorso Poetico, per darle un assaggio di quelle nuove voci a cui ci piacerebbe dare spazio. Prima di salutarci, le piacerebbe darci un suo parere?

    Proprio le poesie che mi avete inviato sono la prova provata di quanto ho appena affermato. Il loro livello è più che accettabile, con il soprassalto qualitativo di quella intitolata La banalità del traffico, efficace davvero nella sua capacità di saldare insieme una visione iperrealistica del traffico di oggi e un’accettabile scansione metrica del recitativo, ricorrendo a strumenti espressivi ben sedimentati nella tradizione. 

Federico e Benedetta

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