Mastichochorià, i villaggi della masticha

Come una pianta può cambiare la storia

Il mese scorso abbiamo iniziato a parlare dell’oro bianco di Chio, la masticha, e di come questa resina preziosa sia stata un’influenza primaria nel panorama culturale dell’isola. Abbiamo visto come la sua coltivazione sia un processo lungo e totalizzante per gli abitanti, che da sempre hanno considerato questa pianta e il suo prodotto addirittura sacri; la masticha ha organizzato la società nei mastichochorià, creando una netta separazione fra uomini e donne in base alle loro mansioni. Ha fatto (e fa) da sfondo alla vita privata dei coltivatori, che la vedono come compagna di esperienze e di crescita. 

Eppure, la masticha è riuscita a fare anche di più. È penetrata nella Grande Storia del Mediterraneo facendo sì che Chio non passasse inosservata alle potenze moderne. Genovesi e turchi se la sono a lungo contesa e sotto il loro dominio l’isola ha assunto l’aspetto con cui anche oggi la vediamo. 

Una foto di un libro di ricette

La masticha è un prodotto di grande valore, può essere utilizzata in innumerevoli modi e il suo valore monetario è sempre stato molto alto. Veniva usata come gomma da masticare, ma anche in prodotti di cosmesi e farmaci. Nell’antichità la si considerava miracolosa per i problemi ai polmoni e anche in epoca contemporanea sono state riconosciute le sue capacità curative. Soprattutto era molto diffusa in pasticceria, e abbiamo larga testimonianza di questo uso anche in ambiente orientale e ottomano.

Il mercato che dunque poteva crearsi attorno alla masticha era potenzialmente ricchissimo, e i genovesi decisero di non farsi scappare l’occasione.
Il dominio genovese, durato dal XIV al XVI secolo, fu molto importante per determinare le caratteristiche topografiche e architettoniche dei mastichochorià, che vennero praticamente ricostruiti da zero. Da villaggi di contadini si trasformarono in veri e propri villaggi medievali. Vennero circondati integralmente da mura difensive, vennero costruite torri di vedetta e addirittura vicoli ciechi pensati per intrappolare quei nemici che avevano valicato le fortificazioni. Le strade sono molto strette, le case costruite una incastrata sull’altra e molti sono gli archi che capeggiano sopra le teste dei passanti. Questa architettura si è mantenuta perfettamente nella maggior parte dei 24 villaggi della masticha e contribuisce a renderli ancora oggi dei luoghi estremamente suggestivi. Nel caso di Pyrgy (che prende il nome dalla torre di vedetta) l’elemento estetico è ancora più meraviglioso: tutte le case sono infatti decorate con la sgraffiato, tecnica artistica molto probabilmente importata dall’Italia, dove all’epoca era molto popolare. 

Una foto di Pyrgy

Il sistema difensivo pensato dai genovesi però non si fermò ai singoli villaggi: era molto più ampio. Una torre veniva costruita sulla costa più vicina al villaggio, di modo che, con l’accensione di un grande falò, potesse avvertire immediatamente gli abitanti di una possibile incursione. 

I genovesi furono molto attenti a difendere questo patrimonio, commerciale e culturale, rendendo evidente quanto preziose fossero queste lacrime di resina. Il commercio della masticha era fiorentissimo e infatti non rimase inosservato. I turchi, infatti, riuscirono a strappare ai genovesi il dominio sull’isola, impossessandosi a loro volta del mercato più produttivo del Mediterraneo Orientale. 

La dominazione turca rese poi ancora più manifesto il valore del mastice attraverso una serie di decisioni e di trattamenti. I coltivatori di masticha infatti erano gli unici esentati dal pagamento delle tasse e il loro unico dovere era quello di consegnare tutta la masticha che producevano. I chii infatti, ironicamente, non potevano consumare il loro stesso prodotto. Chi veniva scoperto essere in possesso anche solo di alcuni grammi di masticha doveva riconsegnare tutto entro due settimane, pena l’impiccagione. D’altra parte però, se un coltivatore restituiva il maltolto, non veniva punito in alcun modo. I coltivatori erano troppo importanti per la buona riuscita della produzione e non potevano quindi essere imprigionati o puniti troppo severamente. Questa arte agricola infatti si tramandava (e si tramanda) oralmente, di generazione in generazione. Non era possibile coltivare vantaggiosamente la masticha senza degli esperti contadini, che da anni e anni si occupavano delle piantagioni. Il severo regime di giustizia turco è tra l’altro protagonista di un evento folklorico interessante, l’Agas. Si tratta di un insieme di piccole recite parodiche che vengono portate in scena subito dopo carnevale a Olympoi e Mesta, attraverso le quali dal 1830-40 i Chii si prendono gioco dei giudici turchi e della loro sete di sentenze. 

Anche dopo il massacro di Chio del 1822, tutti i coltivatori di masticha che erano stati portati in Turchia come schiavi vennero rispediti sull’isola liberi dal sultano per poter continuare il loro lavoro. 

Abbiamo infatti già visto, dalla testimonianza di Pernot Hubert, come fosse praticamente impossibile trapiantare il mastice in altri territori e soprattutto ogni tentativo era stato fatto portando anche i coltivatori insieme alle piante. 

La coltivazione del mastice è infatti molto complessa e delicata, necessita di molta esperienza. L’albero è molto sensibile e ha bisogno di una cura costante, tutto l’anno. Soltanto a maggio si può cominciare a prepararlo per la futura “incisione”. Viene potato e pulito, di modo che il fusto possa respirare. A inizio luglio si stende poi ai piedi della pianta una polvere bianca, ricavata dalle cave nelle vicinanze, che deve fungere da appoggio per le gocce di resina seccate. In greco infatti questa superficie bianca si chiama trapezi 1. Successivamente, si inizia invece a incidere il fusto della pianta, con tagli precisi, che seguano le “vene” dell’albero. I tagli non devono essere né troppo superficiali, di modo che la resina esca abbondante, ma nemmeno troppo profondi, ferendo irrimediabilmente la pianta. Fino all’autunno, gli alberi vengono incisi, la resina secca, cade sul trapezi e viene raccolta. Durante i mesi autunnali si passa alla pulitura, lunghissima, di pertinenza delle donne delle famiglie 2.

La masticha dunque non ha influenzato la società di Chio solo dall’interno, entrando profondamente a far parte delle vite degli abitanti dell’isola, ma ne ha influenzato anche gli ordinamenti politici e amministrativi per secoli. Una piccola pianta è stata in grado di lasciare una traccia storica e culturale profondissima, che è possibile osservare ancora oggi. 

Laura

1 Τραπεζι, in italiano: tavolo.Indietro
  2 Intervista ai coltivatori di masticha Maria Zervoudi, George Moustridis, e Theodosis Moustridis,  Chios, Mesta, 11/7/2005.Indietro

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